Lasciate che vi racconti da dove vengo perché sia più chiaro dove vogliamo andare.
Ho 34 anni. Sono nata ad Ostia. Infanzia ad Anzio. Elementari e medie nella pianura padana. Ho visto nascere il fenomeno della Lega. Il razzismo, all’epoca, era contro i terroni. Ho vissuto da migrante. Ho persino preso le botte perché ero tifosa della Roma. Ho visto come il disagio sociale, la ricchezza di pochi e la povertà, il basso investimento culturale fanno nascere il razzismo.
Poi di nuovo sul litorale pontino, a Lavinio dove la terra fu distribuita come nell’antica Roma: fu data ai militari di ritorno dall’Africa. Forse non tutti sanno che un pezzo della comunità italo–eritrea vive lì.
Vengo da una famiglia per metà comunista, per metà cattolica. Sono battezzata, ho la comunione e ho fatto la cresima. Ho militato nei Giovani Francescani, gruppo giovanile di cui non si parla mai perché CL e Opus Dei come potete ben immaginare sono dotati di mezzi molto più potenti. Non mi definisco cattolica, ma non riesco a non ritrovarmi nei valori del cristianesimo. E non chiedetemi se sono anticlericale. Lo sono nei confronti di una Chiesa che interviene nella vita delle persone. Sui corpi delle donne, sugli affetti, sull’ordinamento dello Stato. Non lo sono quando penso alla generosità, e alla fede vera, che si incontrano non solo tra i credenti, ma anche nel clero. Mi sembrano, purtroppo, una minoranza, che non so quanto si senta rappresentata dall’immagine che la Chiesa dà di se stessa di questi tempi.
Se mi guardo indietro e penso all’impegno politico è un viaggio che dura da almeno 15 anni, da quando, sui banchi di un liceo classico di Anzio entrammo in autogestione, quando era una novità e non una moda e soprattutto eravamo in provincia e non in un liceo del centro di Roma. Combattevamo per la scuola pubblica e contro i finanziamenti alle scuole private. L’unica cosa che non mi piaceva delle occupazioni era che saltare le lezioni era un danno a noi stessi e a nessun altro. Ci inventammo una forma mista, aule aperte, i prof a fare lezione ed un programma collettivo. Finimmo persino sui giornali perché eravamo diversi. Ricordo l’abbandono delle strutture scolastiche del litorale. I nostri riscaldamenti, progettati male, d’inverno con il vento si spegnevano lasciando uscire il gas. Quanto alla palestra, venne costruita dopo 5 anni. Noi non la usammo mai.
All’università (io frequentavo ingegneria meccanica alla Sapienza) venimmo travolti dalla riforma del centro sinistra. Formammo una specie di collettivo, un grande contenitore dove non c’era la connotazione giovanile dei partiti. Vincemmo le elezioni. Contro tutti ed anche rinunciando a poltrone preziose che ci sarebbero costate l’imbarco nella nostra lista di gente che non volevamo tra noi. Ma soprattutto una volta eletti conducemmo una battaglia furibonda contro il modello 3+2 e contro l’abolizione dei diplomi di laurea. La nostra proposta di allora oggi è materia di studio e di ripensamento. Il 3+2 uccideva l’eccellenza con la speranza di aumentare la scolarizzazione universitaria, ha finito per fare delle università un esamificio dove l’esercizio veloce della memoria ha sostituito la riflessione e l’apprendimento. Fu un'operazione di contenimento costi nell’immediato. In realtà il costo sociale di quella riforma giace ancora incalcolato.
Negli anni dell’università ho abitato in tante case, da fuorisede. Prima del 2000, anno in cui gli affitti a studenti divennero un business (gran parte della quale in nero) creai insieme ad Elisa un sito totalmente gratuito dove gli studenti e gli affittuari potevano entrare in contatto direttamente ed insieme conducemmo una battaglia contro i centri servizi che pretendevano una quota di iscrizione per distribuire pochi contatti a molti studenti.
Prima di laurearmi ho insegnato due anni in un istituto tecnico sulla Tiburtina. Ho vissuto l’esperienza di un gruppo di ragazzi con pochissime speranze, con i laboratori da bonificare dall’amianto i cui fondi non arrivavano mai. Così meno uguali rispetto ai loro coetanei dei licei del centro di Roma.
Ho visto la Svizzera per 6 mesi. Una cosa tra tutte. I semafori, in Svizzera non sono a tempo. Ci sono dei rilevatori a terra che manovrano i colori del semaforo a seconda del peso. Il tempo delle persone viene considerato prezioso.
Dopo la laurea e prima di partire per Torino sono finita in una piccola fabbrica di carpenteria pesante, ad Aprilia. Ogni mattina, in macchina, mi vedevo la Pontina trafficata verso Roma. Ci ho passato pochi mesi, abbastanza per capire da un saldatore cosa sia il tunnel carpale, una forma di neuropatia che colpisce il nervo mediano del polso, tipica dei lavoratori soggetti a lavori ripetitivi di flessione ed estensione, o quanta sia la difficoltà per chi ha pochi soldi di adottare un bambino e le decine di fabbriche cadavere sulla nettunense, abbandonate. Presi gli incentivi e via.
E poi Torino e l’avventura del risanamento della più grande azienda italiana, la FIAT per la quale lavoro attualmente. Una bella avventura che mi ha consentito in questi 6 anni di conoscere l’imprenditoria del nord est, il risveglio di Torino il cui modello amministrativo considero vincente e dal quale dovremmo prendere esempio per la Roma del 2013 e che infine mi ha condotto prima in Toscana e poi nel Lazio.
Sì.
Ho dimenticato un passaggio.
Sono lesbica. L’ho sempre saputo, me lo sono detto a 19 anni quando l’amore è stato più forte dei luoghi comuni che avevo io per prima.
Mi avete conosciuto, in questi ultimi anni, per la mia battaglia per i diritti di gay, lesbiche e transessuali accanto a migliaia di altri militanti.
Prima di prendere la decisione di candidarmi ho scritto una lettera alle persone della comunità gay, lesbica e transessuale, per chiedere loro un parere. Molta parte della mia militanza è stata dedicata a fare dell’Italia un paese moderno sulle questioni omosessuali e transessuali. Non è un mistero che io sia lesbica e non è un mistero che io trovi la nostra condizione (non poterci sposare civilmente, non poter adottare, non poter sentirsi nel corpo giusto) uno scandalo. Questa battaglia nel tempo non è più soltanto nostra, di chi vive questa situazione di discriminazione, ma di migliaia di cittadini e cittadine, che condividono la sofferenza di chi vuole vivere serenamente, tutelando le persone che ama, a proprio agio nella società, a prescindere da definizioni, corpo, genere. Perché la libertà non si può dividere: o c’è per tutti, o manca per tutti. Nessuno può davvero chiamarsi fuori davanti alle discriminazioni e all’ingiustizia: può solo illudersi di farlo.
Ho scritto loro perché ritengo che chi combatte una battaglia per i diritti negati abbia dei doveri e delle responsabilità, nei confronti delle altre persone che vivono questa mancanza. Era giusto farlo e sentire il loro parere.
Ciò che ho letto nelle loro risposte mi ha confortato, alleggerito ed appesantito al tempo stesso.
Dopodiché io sono una militante di un Partito, il PD, e dentro quel partito come molti altri ho deciso di fare la battaglia dei diritti perché è la politica che deve tramutare le istanze in legge e senza il PD non avremo diritti. Potremo avere dalla destra qualche briciola. Dal Pd, noi ci aspettiamo tutto ed è l’unico partito che può farlo.
Spesso, anche io come militante, ho ritenuto timide, spesso persino offensive ed umilianti, le aperture della dirigenza attuale. Non parliamo delle chiusure.
Ma il PD non è un partito azienda, non è di proprietà di nessuno.
E’ un partito che ha una base popolare convintamente laica e che ha a cuore davvero il senso della nostra Costituzione. Lo so, lo vedo ogni giorno.
Non mi candido come bandierina omosessuale. Voglio che sia subito chiaro. Questo non è e non deve essere un referendum su quanto pesa il voto omosessuale e transessuale. Prima di essere lesbica sono donna, giovane, ingegnere e cittadina. Posso essere capace o meno. Competente o no. Conterà poco la mia omosessualità sugli scranni complessi di una Regione come il Lazio.
Mi candido nel PD anche e soprattutto per quegli iscritti al PD che ogni giorno si dannano di non poter gridare a migranti e omosessuali e transessuali che questo partito sa benissimo cosa vuole, nel suo cuore. Deve solo farlo capire bene alla testa.
Due anni fa compii la scelta difficile di non votare Rutelli sindaco. Una scelta miope, con lo sguardo al passato e non al futuro. Una scelta fatta al chiuso e con le orecchie tappate. Non c’era militante, non c’era sanpietrino che non gridasse: non fatelo.
Mi candido perché quando penso al concetto di uguaglianza mi chiedo e vi chiedo: non ritenete che il diritto allo studio sia un principio di uguaglianza continuamente violato nella provincia e nelle periferie? Pensate davvero che in quelle scuole ci sia la stessa qualità che non dipenda, purtroppo, solamente dalle risorse umane, dai professori e dagli operatori che ci lavorano ogni giorno con fatica?
Mi candido perché noi giovani non possiamo parlare di rinnovamento e aspettare di essere cooptati. Perché dobbiamo smettere di sentirci inadeguati perché i grandi sono lì da più tempo e quindi ne sanno più di noi.
Penso alla qualità dei miei colleghi ingegneri, molti dei quali, fuggiti all’estero. Penso alla loro competenza in energie alternative, in difesa del suolo. Penso allo spreco di risorse causato, magari, da scelte non meritocratiche quando si tratta di fare gare d’appalto o nominare periti o formare commissioni tecniche.
Mi candido perché non ho paura di confrontarmi con un mondo politico dove sembra che per entrare si debba attendere un turno e dimostrare fedeltà.
Mi candido perché si candida Emma Bonino. E se non ora quando? E se non con lei con chi?
Mi candido perché come donna ho visto amiche e donne piangere per la più bella notizia che c’è. Diventare madre. Piangono perché l’Italia non è un Paese dove puoi fare un figlio e avere soddisfazioni sul lavoro. E allora perché non rendere accessibile a tutte le famiglie gli asili senza che questo sia un costo eccessivo e che alla fine costringe la donna a scegliere di stare a casa? Non deve fare questo la politica? Dare opportunità? Sono per esempio contrarissima ai bonus singoli.
Il primo pensiero di Cota va al Gay Pride di Torino.
Pare che toglierà il patrocinio della Regione. Ho in mente che sarà un Pride ancora più partecipato dell'anno...
Ora uniamo le forze e otteniamo l'apertura degli asili. Forza.
(tratto dall'articolo di Repubblica Roma) Tavolini e sedioline formato baby, giostrine ludiche e pallottolieri didattici.
Qui sotto trovare il fac-simile della scheda elettorale delle elezioni per il Consiglio Regionale del Lazio, collegio di Roma e Provincia.
Tra i candidati del PD nel Lazio, ci sono anche io.
Vi aspettiamo tutti!!!!
Abbiamo fatto una dichiarazione di trasparenza qui (manca l'ultima donazione che ci volevano fare per fare manifesti ci siamo rifiutati faremo degli sms)Abbiamo portato in giro il PD e le sue...
So che sto toccando un tasto delicato, ma vi annuncio subito che ho trovato bellissimo l’articolo di Roberto Saviano su repubblica che potete leggere qui. Nel suo articolo Saviano denuncia le...
Stanotte mi sono svegliato alle tre e non riuscivo a riprendere sonno...la testa ha iniziato a vagare e pensavo a tutti i progetti da portare avanti...poi di colpo mi sono venuti in mente due occhi...
A sei mesi esatti dal più intenso e partecipato fra i confronti della campagna congressuale romana Debora Serracchiani, oggi Parlamentare Europeo, e Ivan Scalfarotto, oggi Vice Presidente del PD, si...
Tutti gli esperti del settore dicono che questo che sto per dirvi in campagna elettorale non si dice. Ma tanto sapete come sono fatta.
Confesso che ieri ho avuto un momento di sconforto.
Per fortuna non voto nel Lazio, perché sarebbe un bel dilemma. E le ragioni di questo dilemma potete leggerle qui.
Tuttavia, poiché mi è stato chiesto di dare un’opinione e per non peccar di...